La resistenza e la montagna

Finché, usciti dal quel corno scuro, davanti a noi
si aprì un’ampia conca scintillante di ghiaccio.
Erano i Laghi Gemelli. A capo del primo, brillava il tetto d’ardesia del rifugio.
La neve del pendio era dura e gelata. Chi di noi aveva armi lunghe,
se le mise tra le gambe e scese slittando sugli scarponi, quasi festosamente,
come una scolaresca in fuga dal collegio. Io stesso, a cavalcioni del mio Mauser,
tenendolo per la canna e frenando sul terreno col suo calcio,
raggiunsi felicemente il fondo della conca. Guardai l’orologio.
Erano le undici in punto. Forse ce l’avremmo fatta.
La fatica della traversata fu subito dimenticata
e balzammo verso il rifugio seguendo gli ordini che il
Comandante M. ci gridava incessantemente.

Giulio Questi, Una battaglia

 

 

Il primo articolo dello statuto del Club Alpino Italiano indica fra le proprie finalità “l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale”. A partire dal settembre del 1943 e fino all’aprile del 1945 le aree montuose dell’Italia centro-settentrionale sono state il teatro della lotta di liberazione dal nazifascismo; come tali hanno assunto una speciale veste e hanno lasciato diverse tracce delle vicende che vi sono occorse. Ripercorrere i sentieri della Resistenza significa quindi accostare alla pratica (potenzialmente fine a se stessa) dell’escursionismo la conoscenza di vicende storiche che ci riportano alle radici dell’Italia democratica e repubblicana.

Come disse Piero Calamandrei nel Discorso ai giovani sulla Costituzione (tenuto a Milano nel gennaio del 1955 e citato in altra pagina), le montagne divennero un epicentro del riscatto nazionale. Uno spazio marginale ed arretrato, tanto dal punto di vista economico quanto da quello culturale, fece infatti da scenografia a chi scelse di riscattare l’onta del fascismo e di lottare per la resurrezione in chiave democratica della nazione. Chi salì sulle montagne fece una scelta morale di ribellione. Molti partigiani provenivano dalle medesime aree alpine nelle quali combattevano, oppure erano cittadini che mediante la pratica dell’alpinismo si erano preparati ad affrontare gli sforzi e i rischi insiti in questi ambiente. Per essi andare in montagna significò trovare un rifugio ideale, libero dall’oppressione fascista, ma anche entrare in mondo nuovo, che prefigurava l’avvento di un’Italia democratica. Sfruttando a proprio vantaggio le caratteristiche del terreno e grazie al supporto della popolazione locale, i partigiani seppero operare in aree collinari, di media e talora alta montagna, dandosi alla macchia e impegnando nel presidio del territorio una consistente parte di forze militari nazifasciste, altrimenti schierate contro l’avanzata alleata da sud. Come emerge molto bene dai testi delle canzoni, dalla memorialistica, dalla letteratura e dal cinema, la montagna rappresenta uno dei principali cardini della mitologia resistenziale.

Durante gli anni del regime fascista, l’andare in montagna aveva subìto una forte politicizzazione, tesa a identificare nell’alpinista un possibile uomo nuovo. Da un lato il fascismo incentivò la frequentazione della montagna come luogo di una diffusa pratica sportiva, tesa a formare una massa di alpinisti capaci di trasformarsi in guerra in valorosi alpini. Dall’altro lato il regime favorì anche a livello propagandistico un’élite di scalatori capaci di compiere prime ascensioni di estrema difficoltà e di portare l’alpinismo italiano ai vertici internazionali. Secondo queste finalità, a partire dal 1927 il Cai iniziò a subire una serie di intromissioni e di attacchi alla sua tradizione liberale, prima fra tutte il suo inserimento coatto nel Comitato olimpionico nazionale italiano, avvenuto nel febbraio del 1927. Questo passaggio determinò la perdita delle procedure elettive dei rappresentanti che erano vigenti dalla fondazione del sodalizio, sia a livello locale che nazionale. Nel 1929 avvenne poi il trasferimento della sede centrale da Torino a Roma, e poco dopo fu apposto un fascio littorio sullo storico stemma raffigurante l’aquila con corda e piccozza. Gli statuti e i regolamenti sono una buona cartina al tornasole della svolta avvenuta. Lo statuto che venne redatto e approvato dal Coni nel febbraio del 1931 prevedeva infatti l’espulsione per i soci e la chiusura d’autorità per le sezioni che manifestavano “indisciplina o atteggiamenti contrari all’interesse del Sodalizio o del Regime”. Un ulteriore irrigidimento fu sancito dallo statuto approvato nel dicembre del 1937, che affermava che “tutte le attività del Cai saranno indirizzate al potenziamento militare della Nazione, secondo le esigenze del Ministero della Guerra”. Un’altra modifica apportata nel febbraio del 1938 impose il mutamento del nome in Centro Alpinistico Italiano. L’anno successivo il Cai subì un nuovo e terribile colpo alla sua tradizione, con l’applicazione delle leggi razziali e l’espulsione degli iscritti di religione ebraica.

Se vi furono numerosi soci e dirigenti che sostennero e aderirono entusiasticamente al nuovo corso autoritario, ve ne furono altri che professarono intimamente un credo di libertà estraneo al fascismo. Per questa ragione dopo l’8 settembre del 1943 molti furono i soci del Cai che aderirono alla Resistenza. Riccardo Cassin (nonostante nel 1933 avesse aperto in Grignetta una via del Littorio e fosse stato sostenuto dagli ambienti del fascismo lecchese perché potesse realizzare alcune delle sue più importanti salite sulle Alpi) guidò la formazione partigiana dei Rocciatori di Lecco, con la quale fu impegnato nel recupero di lanci paracadutati sulle Grigne e nel trasferimento in Svizzera di ebrei, perseguitati politici e militari sbandati. Nelle giornate dell’insurrezione generale Cassin e i suoi compagni furono impegnati nella liberazione della cittadina lariana. Fu allora che perse la vita Vittorio Ratti, compagno di cordata di Cassin in alcune delle sue più grandi ascensioni degli anni precedenti. A Belluno un altro fortissimo alpinista, Attilio Tissi, partigiano nelle fila di “Giustizia e Libertà”, fu arrestato e quindi fortunosamente liberato. Il valdostano Renato Chabod prese parte alla Resistenza insieme al fratello Federico, lo storico di livello internazionale che assunse il nome di Lazzaro, e che divenne poi primo presidente della regione autonoma Valle d’Aosta. A Trieste sorse, all’interno del gruppo “XXX Ottobre” della Società alpina delle Giulie, il gruppo antifascista prima e partigiano poi dei “Bruti di Val Rosandra”. Uno di essi era Ezio Rocco, un operaio comunista che a 23 anni era entrato a far parte dei Gruppi di Azione Patriottica attivi nella città giuliana, e per questo venne arrestato. Dopo una lunga e dura detenzione nel carcere triestino del Coroneo Rocco venne fucilato e il suo corpo bruciato alla Risiera di San Sabba. Molti altri furono i soci del Cai caduti nella Resistenza: Piero Garelli, consigliere centrale e presidente della sezione di Mondovì e Francesco Costa, presidente della Sezione di Saluzzo, furono entrambi deportati nel campo di Mauthausen. Nel maggio del 1944 fu deportato a Bolzano Luigi Genesio, presidente della Uget di Torino; il 21 giugno 1944 l’avvocato milanese e accademico del Cai Leopoldo Gasparotto, partigiano attivo anche sulle montagne della Bergamasca, venne fucilato nel campo di Fossoli; l’ingegnere valdese, accademico del Cai e presidente della sezione di Ivrea, Guglielmo (Willy) Jervis fu ucciso a Villar Pellice il 5 agosto del 1944, dopo essere stato arrestato e a lungo torturato. Altri caduti furono Tina Lorenzoni (medaglia d’oro al valor militare); il partigiano cattolico Antonio Manzi (morto a Fossoli, a cui fu dedicato un bivacco in Val Masino), Franco Ferrari (presidente della sezione di Lodi) e la guida alpina valsesiana Giacomo Chiara. L’alpinista milanese Ettore Castiglioni, dopo che l’8 settembre del 1943 si era sciolta la Scuola Militare Alpina nella quale prestava servizio come ufficiale, collaborò con agenti segreti alleati e si impegnò a condurre perseguitati ed ebrei oltre il confine italo-svizzero. Castiglioni perse la vita in circostanze poco chiare nel marzo del 1945, nei pressi del versante settentrionale del passo del Muretto, fra Engadina e Val Malenco.

Molti furono i rifugi distrutti nel corso di rappresaglie o rastrellamenti nazifascisti, dato che questi erano sovente utilizzati come base di appoggio dai partigiani. Nelle Alpi Orobie si pensi per esempio al rifugio Laghi Gemelli (evocato da Giulio Questi nel brano posto all’inizio di questa prefazione), che fu dato alle fiamme nel gennaio del 1945 durante un rastrellamento che trecento fascisti saliti da Carona compirono ai danni della brigata GL “Cacciatori delle Alpi”, che nel frattempo si era ritirata al Lago Nero.

Vorrei ora rievocare due figure che hanno fatto parte del Cai di Bergamo e che a diverso titolo hanno vissuto e interpretato in prima persona le vicende di quegli anni difficili. Nel 1929 il ragioniere ventiseienne Giovanni Battista Cortinovis (da tutti chiamato “Giamba”) fu promosso procuratore capo contabile presso la sede di Bergamo del Credito Italiano. Ben presto tuttavia rassegnò le proprie dimissioni per non aver voluto aderire al Partito nazionale fascista. Giamba infatti non scese mai a compromessi con la propria coerenza personale, nemmeno quando nel 1938 si dimise dal Cai di Bergamo in risposta all’appropriazione che il fascismo aveva allora definitivamente operato nei confronti di un’istituzione liberale e dalla tradizione gloriosa e rigorosamente apolitica e apartitica, come egli sempre sostenne. Oltre a essere stato revisore dei conti della sezione bergamasca del Cai, Giamba fu anche un forte alpinista, con all’attivo delle prime ascensioni su pareti rocciose bergamasche (si pensi alle vie aperte sulla parete nord dell’Arera, sulla nord/est del Monte Secco, o sulla nord del Pizzo del Becco) e fu tra i primi a praticare assiduamente lo scialpinismo e ad esplorare, sci ai piedi, le Orobie d’inverno. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Giamba si espose in prima persona organizzando a Bergamo il primo Comitato di liberazione nazionale insieme a un piccolo gruppo composto da Renato De Vecchi, Luigi Mondini, Giacomo Paganoni e Aldo Traversi, tutti esponenti azionisti. Essi sostennero le prime bande partigiane costituitesi a Bergamo e favorirono la fuga dal carcere della Grumellina di 2.500 prigionieri alleati. Scoperti a seguito di una delazione, furono tratti in carcere e processati da un tribunale militare tedesco. Giamba riuscì ad essere scagionato grazie a un vizio di forma del codice di procedura penale. Nel secondo dopoguerra e per la lunga stagione di vita che è seguita (Giamba è infatti morto nel 2003, a pochi giorni dal suo centesimo compleanno), egli proseguì il proprio impegno personale sui due piani di alpinista e cittadino. In montagna progettò e realizzò il tracciato integrale del Sentiero delle Orobie: negli anni Cinquanta contribuì infatti a individuare e allestire il percorso di una tappa importante come quella compresa fra i rifugi Brunone e Coca e alla fine degli anni Sessanta ideò il sentiero attrezzato della Porta, fra il rifugio Albani e il passo della Presolana. All’interno della sezione bergamasca animò inoltre l’attività scialpinistica, fu membro della commissione Culturale e presidente della commissione Tutela ambiente montano, dove fu tra i maggiori sostenitori della nascita del Parco delle Orobie. Il Palamonti, l’attuale sede del Cai di Bergamo, è stato costruito anche sulla scorta delle sue idee e dei suoi consigli (oltre che grazie a un suo corposo lascito). Al di fuori del Cai Giamba fu inoltre fondatore, socio e segretario dell’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea; Giamba ne garantì per diversi anni l’apertura al pubblico e depositò nell’archivio una raccolta importante di documenti, che oggi costituisce il Fondo Cortinovis.

Il secondo riferimento non riguarda propriamente un alpinista e ci riporta a una vicenda poco nota, che lega il Cai di Bergamo alla storia di un dramma assoluto del Novecento. Ilda Sonnino, impiegata presso la segreteria della sezione bergamasca, nell’ottobre del 1938 fu vittima dell’applicazione delle leggi razziali e pertanto licenziata in tronco in quanto ebrea. Nel febbraio del 1944 insieme ai suoi familiari fu arrestata a Ponte Nossa da miliziani della Rsi; detenuta dapprima a Bergamo, fu poi inviata nel campo di Fossoli. Deportata ad Auschwitz il 5 aprile 1944, morì a Bergen-Belsen dopo il febbraio 1945.

Come si può ben cogliere scorrendo i vari itinerari descritti in questa guida, sulle montagne bergamasche il binomio montagna/Resistenza offre molti spunti e riferimenti interessanti, tanto dal punto di vista escursionistico quanto da quello della conoscenza e dello studio delle montagne. Ripercorrere i numerosi sentieri dove hanno combattuto (e sono caduti) i partigiani, significa quindi tornare alle origini della nostra democrazia e della nostra Costituzione, che all’articolo 11 dei suoi principi fondamentali ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Stefano Morosini

Università degli Studi di Milano

Club Alpino Italiano – Sezione di Bergamo