Dalla Villa Masnada di Mozzo a Petosino

Collocata nei pressi di quello che è oggi un frequentatissimo crocevia automobilistico, la sontuosa villa Masnada, immersa in un parco alle porte di Mozzo, è stata teatro il 26 settembre 1944 di un’ardita azione partigiana, promossa dalla brigata Fiamme Verdi “Valbrembo” non senza contrasti (prima), difficoltà (durante), polemiche (dopo, per molti anni) e conclusasi con un tragico insuccesso. Parecchi tra i partigiani coinvolti nell’impresa, inseguiti e dispersi sui colli, sono stati uccisi in combattimento, oppure catturati e successivamente fucilati. Ripercorriamo il percorso della loro fuga a due passi dalla città, in una zona ormai stravolta dall’urbanizzazione, fino alla piana di Petosino, dove un monumento ne ricorda il sacrificio.

Località di partenza villa Masnada, Mozzo, 246 m
Località di arrivo Piana di Petosino, 300 m
Segnavia 712 (sui colli di Sombreno)
Tempo di percorrenza 1 h 45'
Ripari
Acqua
Cartina Kompass n.105; Cai-Provincia n.7

Il percorso

 

Villa Masnada sorge alle Crocette di Mozzo, immersa in un parco con alberi secolari, testimone di dinastie facoltose. A fianco, in direzione Bergamo, c’è un ampio parcheggio (la zona è servita anche dall’Atb, linee 8 e 9).

Dal parcheggio si imbocca via Masnada fino al suo termine. Da qui si continua su sentiero: un tabellone collocato dall’Anpi Colli di Bergamo nel luogo in cui i partigiani appostarono nella notte tra il 25 e il 26 settembre 1944 ne ripropone la vicenda. Il sentiero giunge rapidamente sulla stretta e selciata via Lochis che sale verso la grande villa posta sulla collina. Una targa ricorda che qui è custodita la tomba di Alfredo Piatti, 1822-1901, “esimio musicista e virtuosissimo violoncellista”.

Scesi su via Lochis, si imbocca alla prima curva la via pedonale Fratelli Bonati, che si segue fino a sbucare su una splendida terrazza panoramica difronte al cancello di villa Secomandi. Alla sinistra della proprietà si prosegue su sentiero piuttosto stretto che costeggiando in piano il muro di sostegno sbuca in pochi minuti su via al Castello, davanti alla cappella costruita dagli Alpini di Mozzo, pochi metri sotto lo scollinamento tra i territori di Mozzo e Bergamo. Si imbocca il sentiero 805 che attraversando il bosco prima in lieve salita poi in piano porta in 20’ a villa Bagnada. Dalla Villa la strada scende verso la sella di Madonna del Bosco, valico tra la conca di Astino e quella di Sombreno (312 m).

Si scende a sinistra, verso Sombreno: attenzione, non c’è marciapiede, che si ritrova solo in piano. I partigiani in fuga attraversarono i campi di mais; oggi non è più possibile. Si prosegue su via Sombreno per svoltare in via Pavone che sfocia in via Fontana (fontanella). Si può arrivare qui anche continuando su via Sombreno e imboccando via Fontana. Si continua su via Madonna della Castagna e si raggiunge il santuario (281 m, fontanella, 1 h 15’ dalla partenza).

Da qui i partigiani si erano probabilmente dispersi per superare il colle e raggiungere la piana di Petosino. Proponiamo un percorso ad anello che tocca i due “valichi” più accessibili.

Alla sinistra del parcheggio del santuario, si imbocca il piacevole percorso ciclopedonale che costeggia il bosco; giunti alla radura con tavoli e panche si ignora la strada che si addentra a destra nel bosco e si prosegue a sinistra fino a sbucare a fianco di villa Agliardi. Sulla destra parte la scalinata che porta al santuario di Sombreno (337 m), raggiunto il quale si imbocca il sentiero 711 (bacheca del Parco dei Colli) che seguendo la cresta supera alcuni capanni di caccia e scende poi ripidamente alla “bretellina” asfaltata che congiunge da sinistra (nord) la ciclopedonale del Parco con (a destra, sud) la ciclopedonale che porta alla Madonna della Castagna e che abbiamo lasciato poco fa. Si piega a sinistra e si raggiunge la ciclopedonale del Parco che attraversa la piana di Petosino. La si prende verso destra e dopo poche centinaia di metri si incontra sulla destra (tabellone, indicazioni) il sentiero 713 che sale in pochi minuti al suggestivo spiazzo verde tra gli alberi. Qui sorge il monumento collocato a memoria dei partigiani che dopo l’azione a Villa Masnada furono raggiunti poco lontano da qui dai fascisti e poi fucilati nella piazza di Petosino.

Per il ritorno, si risale il sentiero 713 fino a incrociare il sentiero 711 sulla cresta; si piega a destra per il Colle Roccolone (359 m) da cui si scende sul versante opposto (sentiero 712) alla Madonna della Castagna. Nella parte terminale il sentiero è arricchito da alcune sculture in pietra, opera di Cesare Benaglia. Da qui si può rientrare a Mozzo anche utilizzando la linea 10 dell’Atb su via Sombreno.

In alternativa, si può proseguire piacevolmente sulla pista ciclopedonale del Parco fino alla Ramera da cui si può ritornare a Mozzo con i mezzi Atb (linea 9, nei festivi linee 7-8), oppure – passando per la galleria ferroviaria, utilizzata anche da alcuni dei partigiani in fuga – raggiungere Ponteranica.

 

 

Scarica il percorso

 

Il camion che non c’era

“Da indiscrezioni di gente del luogo Tito Spini e Vittorio Bonalumi avevano saputo che Villa Masnada in località Curdomo sulla provinciale tra Bergamo e Ponte San Pietro, era ben fornita di indumenti militari, armi automatiche e munizioni e che nel giardino c’erano un autocarro e un cannoncino montato su traino. La villa era occupata da un distaccamento di genieri tedeschi, ma rimaneva pressoché incustodita di giorno in quanto quegli uomini prestavano servizio alle Officine Caproni di Ponte San Pietro. – Qui bisogna fare un colpo – dissero i due – C’è pure l’autocarro per trasportare il bottino fino alla teleferica Clanezzo-MonteUbione!

Ne parlarono a Dami che ne riferì a tutti noi. L’idea ci parve buona e dopo parecchie ricognizioni sui luoghi decidemmo di attuarla”.
(Natale Mazzolà, Pietro aspetta il sole. Cronache partigiane, Farri, Roma, 1960, p. 141)

“Nelle primissime ore del mattino di un giorno da stabilirsi una squadra di 12 uomini si sarebbe appostata lungo la rete di cinta posteriore della Villa: ad un momento prestabilito si sarebbe presentato alla porta d’ingresso un Ufficiale tedesco con un interprete che avrebbe chiesto per prima cosa le chiavi del cancelli ai portinai (civili) e avrebbe successivamente chiamato le due sentinelle o almeno una nella portineria. L’Ufficiale tedesco naturalmente era uno dei nostri, l’interprete ero io. Si trattava di immobilizzare le sentinelle tedesche possibilmente senza far uso delle armi, o comunque, a colpo sicuro. Contemporaneamente, per prestabiliti accordi d‘ora, gli uomini appostati sul retro dovevano, tagliata la rete, sistemare una delle due sentinelle; uno dei due autisti d’accordo con noi avrebbe pensato a far trovare riuniti in quel preciso momento le due cameriere e l’altro autista e, eventualmente, qualche altro elemento che fosse rimasto nella villa. Immobilizzate così tutte le persone (…) i 12 uomini tra i quali i due autisti dovevano ordinatamente caricare gli autocarri di tutto quanto era nei locali e nel magazzino della Villa. Ultimato il carico i due autisti dovevano guidare gli autocarri sulla strada della Val Brembana sino ad un determinato punto dove parte del materiale sarebbe stato occultato e in parte spalleggiato e trasportato in alta montagna. Naturalmente l’esterno della Villa era particolarmente sicuro: infatti, già da tempo io ero in contatto con persone della polizia di sicura fiducia che avevano già sbloccato, per cosi dire, i posti di blocco…”
(“Relazione di Claudio Mastino (Riccardo Malipiero) al comando regionale militare lombardo”, in Andrea Pioselli, La diserzione. I “mongoli” nella Resistenza bergamasca e la strage di Monte di Nese, Il filo di Arianna, Bergamo, 2010, pp. 67-68.)

Nulla andò come doveva andare. Le armi trovate furono poche, ma soprattutto i camion non c’erano, andati via fin dal mattino. I partigiani si allontanarono a piedi verso Mozzo e Sombreno, carichi del bottino; ma i fascisti erano già in caccia e sembravano ben informati degli spostamenti. I partigiani si dispersero: tre vennero arrestati e successivamente fucilati a Petosino. Avvenne uno scontro a fuoco coni fascisti, in cui caddero cinque partigiani. Gli altri riuscirono a darsi alla fuga, alcuni mischiandosi agli operai in uscita dal Gres, nella piana di Petosino.

L’esito della vicenda segnò l’inizio della disgregazione della brigata. A dicembre “Dami” riparò in Svizzera.